28 aprile, Giornata nazionale vittime dell’amianto. Il dossier di Legambiente

28 aprile, Giornata nazionale vittime dell’amianto. Il dossier di Legambiente

Il 28 aprile è la giornata nazionale delle vittime dell’amianto. Dopo 26 anni dalla messa a bando dell’amianto, in Italia si continua a morire mesotelioma maligno e altrettanti per tumori correlati.

In quest’occasione, Legambiemte ha pubblicato un rapporto Liberi dall’Amianto?, illustrato in un editoriale di Stefano Ciafani, che censisce la presenza dell’amianto nel nostro paese e dimostra che l’amianto è una presenza inquietante nelle nostre città: il suo smaltimento è ancora un problema irrisolto e le bonifiche dei siti contaminati procedono a rilento. Le strutture  nelle quali oggi risulta ancora presente sono 370mila (per un totale di circa 58 milioni di metri quadrati di coperture), di cui 50.744 sono di edilizia pubblica, 214.469 abitazioni private e 20.269 all’interno di siti industriali. La situazione è aggravata dai ritardi legati in particolare ai Piani regionali amianto (Pra), che dovevano essere pubblicati entro 180 giorni dall’entrata in vigore della legge, la numero 257 del 1992, oltre che dalle attività di censimento, mappatura e bonifica.

A rendere chiara la situazione della Penisola sono i numeri e i dati raccolti da Legambiente nel suo dossier sulla base delle risposte date dalle Regioni (15 su 21) al questionario inviato: sul territorio nazionale sono 370mila le strutture, dove è presente amianto, censite al 2018 dalle Regioni per un totale di quasi 58milioni di metri quadrati di coperture in cemento amianto.

Alcuni dati del dossier sono riportati nel comunicato stampa di presentazione.

Secondo uno studio commissionato dall’Ufficio Europeo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno nel mondo le conseguenze dell’uso dell’amianto sulla salute costano di spese sanitarie tra i 2,4 e i 3,9 miliardi di dollari solo per i tumori, soprattutto il mesotelioma, e non tiene conto dei costi indiretti come ad esempio le spese per le cause legali. Inoltre l’amianto provoca 100mila morti ogni anno.

Un aspetto significativo è che la ricerca ha anche rilevato che non ci sono impatti economici negativi significativi per i Paesi che scelgono di bandirne l’utilizzo: non c’è quindi neanche una “giustificazione” economica.

La produzione globale di amianto, afferma il report, è andata progressivamente diminuendo dal picco raggiunto nel 1980 di 4,8 milioni di tonnellate fino al dimezzamento attuale della produzione, che è distribuita tra quattro paesi, Brasile, Russia, Cina e Kazakhstan. Il primo paese a bandire l’amianto è stata la Danimarca nel 1972: nel 2013 era vietato in 67 paesi. “Dai dati dei singoli paesi – scrive il centro studi economici Nana, autore del rapporto – non emergono effetti negativi osservabili sul Pil in seguito al bando dell’amianto o a un declino nel consumo o nella produzione. Dove è stato osservato un calo dell’occupazione l’effetto è stato assorbito nei due anni successivi”.

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